L'Italia del primo dopoguerra che ritroviamo nelle pagine di questo romanzo di Vassalli ha qualcosa della "frontiera" americana raccontata da Mark Twain. Sulle rive del Ticino sono ricomparsi i cercatori d'oro: con un setaccio e un bacile di ferro, lavorando dall'alba alla notte, riescono a raggranellare tanta polvere d'oro quanta ce ne può stare sulla punta di un temperino. All'"Osteria del Genio con Locanda", poi, sono di casa altri personaggi: bracconieri, ambulanti, fantasisti, barcaioli. C'è anche la Fernanda, la figlia dei padroni, la ragazza dal sorriso impercettibile, fidanzata con uno che vende formaggi, ha una Lambretta e si capisce che farà molti soldi. E' in quel mondo un pò marginale e cialtronesco che cresce Sebastiano, accudito dallo zio Alvaro, perché il padre, gran seduttore di vedove, è sparito per il mondo, tutto preso dai suoi traffici e dai suoi imbrogli; e perché la madre, che segue il miraggio di un'eredità, è andata ad assistere un eroico capitano di vascello, invalido. Come per cercare di liberarsi da un incubo generazionale, quello del fascismo, il libro intreccia alla storia di un ragazzo la vicenda corale di vittime e carnefici della tragicommedia della guerra. Una vicenda di sopraffazioni e di inganni che, cambiati gli ambienti e i personaggi, sembra protrarsi fino a noi, sino al disinvolto qualunquismo dell'industria culturale, sino alle complicità e ai commerci che inquinano l'ambiente letterario e giornalistico.